Minacce anonime, coraggio pubblico. La storia di Antonio e Vittorio diventa un segnale potente contro l’odio.
A volte le storie più difficili emergono per caso, scorrendo il feed, leggendo un post condiviso. È quello che è accaduto con la vicenda di Antonio e Vittorio Angelini, due fratelli di Trasacco, in provincia de L’Aquila, che negli ultimi giorni sono finiti al centro di un episodio inquietante: telefonate anonime piene di insulti e minacce di morte rivolte a loro perché omosessuali.
Non una sola chiamata. Non uno scherzo di cattivo gusto. Ma una serie di attacchi ripetuti, con frasi terribili come “Se vi vediamo in giro vi ammazziamo” e “Restate in casa, la vostra presenza rovina il paese”. Offese che scavano, che non lasciano indifferenti e che mostrano quanto, ancora oggi, la violenza verbale possa trasformarsi in un’arma per colpire chi vive semplicemente la propria vita.
Antonio ha 23 anni, Vittorio 25. Uno cerca lavoro, l’altro gestisce un’attività nella ristorazione. Due ragazzi normali, dichiarati apertamente in famiglia, che vivono la propria identità senza nascondersi. La prima telefonata arriva una mattina: Antonio riattacca subito, confuso. Vittorio prova a rispondere e si ritrova sommerso da insulti omofobi e minacce di morte.
A quel punto i due decidono di fare l’unica cosa giusta: andare dai Carabinieri e denunciare. Gli investigatori li ascoltano, li incoraggiano, e aprono un’indagine per identificare chi c’è dietro quelle voci.
Ma le chiamate non si fermano. Tornati a casa, il telefono ricomincia a squillare: nuove minacce, nuove offese. Antonio e Vittorio allora registrano tutto e consegnano il materiale alle autorità, che ora stanno lavorando per risalire ai responsabili.
A colpire il paese non è solo la violenza delle telefonate, ma anche la lucidità con cui Vittorio decide di raccontare l’accaduto su Facebook. Nel suo sfogo, scrive che spesso chi odia rivela più di sé stesso che delle persone che vuole colpire. E aggiunge una frase che diventa rapidamente virale: “La dignità fa più rumore dell’anonimato”.
Il post arriva sulla scrivania del sindaco di Trasacco, Cesidio Lobene, che non resta in silenzio. Prima contatta i ragazzi in privato, poi pubblica un messaggio pubblico in cui condanna le minacce, ribadisce che il paese non tollera discriminazioni e promette sostegno istituzionale. Un impegno concreto: se il caso finirà in tribunale, il Comune è pronto a costituirsi parte civile.
Pochi giorni dopo, Antonio e Vittorio pubblicano un post congiunto in cui ringraziano tutti: amici, famiglia, cittadini, istituzioni. Raccontano di essere sommersi da messaggi di solidarietà e di non riuscire a rispondere a tutti, ma di leggere ogni parola.
Sottolineano la fiducia nella Procura e ricordano che chi ha sbagliato dovrà assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Nel frattempo, però, qualcosa è già cambiato: dal dolore di queste minacce è nata una catena di sostegno che ha trasformato due vittime in due simboli di coraggio.
In un momento storico in cui l’odio corre veloce, la risposta della comunità di Trasacco mostra che un paese può scegliere da che parte stare. E qui, per una volta, sta dalla parte giusta.
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